34. La storia di Winston

mikiput copy1Nel ri-post di oggi vi propongo un tassello fondamentale del blog che in un certo senso dà un significato alla struttura su cui esso si regge: il tema del naufragio e le allegorie ricavate dagli spunti ai classici della letteratura da Swift a Defoe a Orwell e così via.

Come già ricordato altrove, il seguente è un blog-fenice che rinasce dalle ceneri di un altro blog con l’obiettivo di riproporre temi già sviluppati in maniera differente.

Per comprendere appieno i riferimenti del ri-post seguente ricordo che se ora mi trovo  a Brobdingnag, allora ero prigioniero su Mikiput: una terra abitata da esseri minuscoli che mi tenevano legato immobile. L’immagine in alto è la copertina a cui faccio riferimento…

4 gennaio 2013

Salve a tutti i miei cari lettori invisibili o a tutti coloro che erroneamente si trovano davanti a questa pagina che probabilmente mostra un qualcosa di diverso da ciò che cercavano e che probabilmente hanno già smesso di leggere, è Wiston Smith che vi parla direttamente da Mikiput per svelarvi piccole notizie.

Per evitare di abbandonare questo blog mi sono imposto la pubblicazione settimanale, per quanto riguarda il tema delle rubriche, ho riflettuto sul fatto che è inutile fare un qualcosa di fretta affinché venga pubblicata in tempo se poi la qualità è scarsa o in ogni caso non soddisfa neanche chi la scrive. Stesso discorso per tutti i progetti che ho in mente, che si realizzino o meno. In questa settimana ho aggiornato la pagina Mikipedia e ho pensato di approfondire la voce Il Naufragio con questo post.

La copertina del blog mostra un me disteso sull’erba di un’isolotto abitato da minuscole creature, e la scena è chiaramente ispirata al primo naufragio che Gulliver compie sull’isola di Lilliput, e da qui il nome Mikiput.

Per quanto la storia descritta nella voce della pseudo-enciclopedia sembri ironica nasconde molti riferimenti reali, anche se molto romanzati, di ciò che mi è capitato.

Non so se il mio modo di essere fa di me un sognatore o un patetico, e probabilmente dipende molto dagli occhi di chi giudica, in ogni caso c’è un momento nella vita in cui ci si crea delle aspettative e si fanno dei sogni, e credo che chiunque -lo voglia ammettere o meno- ha creduto di poter realizzare un qualcosa e poi ha fallito.

Capita che lo scontro con la realtà, a qualunque età avvenga, è un qualcosa di doloroso e d’ impatto micidiale, e la cicatrice rimane sempre; e anche quando la si dimentica, i pensieri che rimbombano nella mente durante le notti insonni, lasciano che piccole eco di episodi lontani ritornino. E ci si ritrova a rivivere il passato, e la definizione stessa di passato sembra crollare. Il cuore si restringe e salta oltre ciò che si vive, dialoghi già avvenuti si ripetono, e il copione cambia di volta in volta con la sofferenza di chi vorrebbe che in quel momento le parole uscite dalla propria bocca fossero state quelle, perché sarebbero state le più adeguate. Ma la vita è recitazione spontanea, senza niente di scritto.

Non so perché ma nella mia mente continua ad esserci l’immagine di me bambino che guardando per l’ennesima volta lo stesso cartone animato, si aspettava che qualcosa in esso cambiasse, magari Scar poteva farsi un’analisi di coscienza e non uccidere Mufasa. Sembra che già da allora vedevo il passato come un qualcosa di non concepibile, e alla domanda sul perché non si potessero cambiare le cose accadute la risposta un “è così, punto e basta” non riusciva ad essere accettata.

E in quei momenti ritorna quella collisione che ti catapulta fuori dall’auto sfrecciante, e attraversato il parabrezza (come fosse di carta velina), resti sospeso per qualche secondo tra la terra e il cielo, consapevole che presto qualcosa ti farà molto male, e pur non sapendo cosa, irrigidisci tutti i muscoli e stringi i denti preparandoti al peggio e poi…

Il risveglio rappresenta la consapevolezza del naufragio. Caratteristica di questo risveglio? Si è in un luogo diverso, sconosciuto e ostile. Tutto ciò che è intorno a te è piccolo, magari un tempo aveva le tue stesse dimensioni ma pian piano si è adeguato a quelle degli altri. In molti versi infatti crescere vuol dire rinunciare a molte cose, e l’atto stesso della rinuncia è abbandonare qualcosa di sé, diventando paradossalmente più piccoli. Ciò che caratterizza questa nuova statura è l’omologazione con tutti gli altri e il condizionamento nei confronti dei diversamente bassi. E’ questo il significato degli abitanti di Mikiput, ed è per questo che trovato il neo-naufrago lo legano per terra per evitare che egli si possa alzare e schiacciarli tutti. Magari sono in tanti i naufraghi, magari sono l’uno accanto all’altro, ma non possono saperlo perché obbligati a guardare il cielo e nient’altro.

E sono obbligati in quella posizione per poter continuare a sperare, e nel fallire ripetutamente diventare sempre più piccoli.

Se si domanda a uno di questi il motivo di questa prigionia, si ottiene una risposta che contraddice la tua domanda, una risposta che vuole dimostrare che in realtà si è liberi.

E si ritorna al motivo di questo blog: illusione… Fingere di poter comunicare ciò che mi passa per la testa e permettere a chiunque di leggere.

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2 pensieri riguardo “34. La storia di Winston

  1. Sono davvero colpita…! Ho assaporato anche metà, …metà del post “La buona novella”, nel senso che l’altra metà devo finire di leggerla… mi capisci, vero?
    Davvero notevole. Almeno dal mio immeritatamente immodesto punto di vista.
    Un’unica curiosità: nella mia testolina quando leggo o ascolto delle stecche grammaticali qualcosa sobbalza (dev’essere una variante delle ossessioni stile “Monk” prima serie), quindi volevo sapere se sono da considerare “licenze grammaticali” o … ops… incidenti: (sia ben chiaro: le faccio anch’io, ma le mie semplicemente non mi tocca leggerle…!)
    Buona giornata.

    1. Credo che da quando sono scappato da Mikiput, quegli esserini non facciano che dispetti. Più di una volta li ho trovati sulla tastiera che eliminavano qualche doppia e sostituivano termini con altri… No d’accordo forse si tratta di qualche stecca. Credo che in parte si tratti dei pezzi che scrivo per strada: la scrittura sul web dà grandi opportunità (e questo blog lo prova), ma il mio habitat naturale è sulla carta. Poi è ovvio che sul mio blog le incongruenze grammaticali diventano licenze… Non è vero ora correggo!

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